Cantina Fasoli Gino - Vendita Vini - Icaro s.r.l

 

Pieve Vecchia è un’etichetta di punta della cantina veronese
Fasoli. L’annata 2007 è da gradino più alto del podio: profuma di
ginestre, ha il gusto di agrumi, lascia piacevoli sensazioni sapide

Dicono di noi - Il mio vino Agosto 2010

Pieve Vecchia è un’etichetta di punta della cantina veronese Fasoli. L’annata 2007 è da gradino più alto del podio: profuma di ginestre, ha il gusto di agrumi, lascia piacevoli sensazioni sapide...

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Che Natalino e Amadio Fasoli nella produzione dei vini da uve biologiche 

ci credano davvero è un fatto da tempo assodato. Fertilizzanti e 

prodotti chimici sono banditi dall’azienda da vecchia data, dal 1984, 

dopo quattro anni di prove e controprove in vigna con sistemi naturali. 

Nel 1990 le vigne e i terreni hanno ottenuto le dovute certificazioni 

del caso, quindi la patente di “biologico a tutti gli effetti”. 

Vent’anni tondi, quindi, quasi un record, almeno per il Veneto. Che poi 

i vini biologici di questi due fratelli veneti, e più precisamente della 

valle di Illasi, poco a est di Verona, siano anche particolarmente ben 

riusciti fino al punto da diventare imperdibili, lo testimonia la ricca 

vendemmia di successi che ogni anno le etichette che escono dalla 

cantina raccolgono in mezzo mondo. Non da oggi ma da ben oltre un 

decennio. Di regola non elenchiamo mai premi e attestati vari che 

un’azienda conquista nelle rassegne, perché crediamo che il 

riconoscimento migliore per un produttore sia la quantità di vino 

versato nei bicchieri degli appassionati consumatori, piuttosto che 

quello passato sotto il naso dei cosiddetti “critici” che compongono le 

commissioni dei concorsi enologici. Però, questa volta, una eccezione è 

doverosa. Nell’edizione 2009 del Biofach, rassegna mondiale dei vini 

biologici che si tiene a Norimberga, cinque vini presentati dal duo 

Fasoli hanno conquistato cinque premi - tre medaglie d’oro, di cui una 

speciale per il Pieve Vecchia 2007, e due d’argento. Più che un 

successo, un trionfo. Perché, come hanno avuto modo di dichiarare di due 

fratelli, “portare a casa una sola medaglia da un confronto così 

illustre e ben frequentato come quello del Biofach non è mai facile. 

Figuriamoci cinque. Ci partecipano grandi aziende che presentano anche 

30-40 etichette e non finiscono mai sul podio”. Loro invece sul podio ci 

sono sempre stati. Per Natalino e Amadio, entrati in azienda negli anni 

70 ad affiancare il loro padre Gino e il loro zio Gigi, la coltivazione 

biologica è sempre stata una meta fissa. Ma in fondo naturale, 

considerando che l’azienda agricola, fondata nel 1925 dal loro nonno 

Amadio (anche lui), di roba artificiale nei campi e tra i filari ne ha 

sempre vista ben poca. E meno ancora negli anni 60, quando la chimica 

sembrava essere la mano santa capace di salvare i filari da qualsiasi 

danno. Così, almeno, molti credevano. Dunque i vini veronesi di Fasoli, 

compresi Amarone e Recioto, sono sempre stati fatti così, per vie 

naturali, con le concimazioni organiche, le erbe lasciate tra i filari e 

molta cura manuale verso ogni singola pianta. Pianta scelta con grande 

attenzione, perché i 14 ettari di filari dell’azienda - che oggi i due 

fratelli mandano avanti con il supporto dei loro figli Matteo e 

Giordano, dunque quarta generazione in campo - sono distribuiti in sette 

appezzamenti diversi, la cui natura del suolo varia da uno all’altro. 

Quindi ogni appezzamento ospita il vitigno che meglio gli si addice, non 

per accademica valutazione a tavolino ma per diretta e impegnativa 

sperimentazione tra le zolle. Diversi i vini che abbiamo assaggiato di 

questa azienda che ha fatto molti passi avanti nel rispetto della 

tradizione e soprattutto delle convinzioni personali: il fondatore 

andava a distribuire i vini col carro tra le osterie e trattorie del 

Veneto e oggi i suoi nipoti, oltre ad aver ampliato e migliorato la 

gamma dei prodotti, hanno avviato anche un progetto vitivinicolo in 

Argentina (dalla Lessinia alle Ande), con filari che vanno su fino a 

1300 metri. Coltivati, ovvio, con tecniche biologiche certificate. 

Intrigante e gustoso Il vino che ha ottenuto il maggiore apprezzamento 

dai parte dei nostri esperti è stato il Pieve Vecchia 2007, proprio 

quello che ha stupito più degli altri a Norimberga. Per una volta tanto 

un’intera commissione di assaggio, per di più straniera, ci ha trovato 

d’accordo. Un vino proveniente dalle dorate uve garganega ottenute da 

piante di 30-40 anni coltivate su suoli argillosi. Un vino che può 

essere considerato un cru per costanza qualitativa, capacità dei 

vigneti, ambiente. Il mosto da cui nasce questo bianco fermenta e poi 

affina in botti da 500 litri per quasi un anno e il vino resta 

altrettanto tempo nelle bottiglie prima di affrontare le tavole e il 

giudizio dei consumatori. Questo Pieve Vecchia 2007, gran conquistatore 

dei sensi e “pubblicato” sotto la denominazione Soave Doc, si fa subito 

apprezzare per il colore giallo dorato intenso attraversato da riflessi 

verdolini molto brillanti. I profumi sono delicati ma ben precisi, 

identificabili. Spiccano note floreali di gelsomino e di ginestra alle 

quali fanno seguito toni fruttati di albicocca e pera. In bocca 

corposità generosa ma anche freschezza, data dalla buona acidità, con un 

finale sapido e minerale. Sul palato rimangono a lungo tonalità fruttate 

di pesca e agrumi. Un vino ad alto gradimento dunque, abbinabile a molti 

piatti di pesce, specie in guazzetto e al forno, come hanno unanimemente 

testimoniato i nostri esperti che si sono magicamente portati a casa le 

bottiglie di riserva di quest’annata assaggiata, anzi, bevuta quasi 

senza contegno. Visto il privilegio, abbiamo chiesto loro di darci 

qualche indicazione in più ed eccole qui. Temperatura di servizio non 

superiore ai 13 gradi, per non far evaporare i piacevoli profumi, 

versato in un bicchiere di media ampiezza. Nella scheda redatta invece 

dal produttore si legge che questo vino, “una volta stappato, dev’essere 

bevuto entro tre giorni”. Non crediamo però che possa durare tanto. Nel 

senso che finisce molto, molto prima. 

 

da http://www.ilmiovino.it

 

 


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